Sono passati 30 anni da quando ho iniziato a fare questo lavoro ma in questo mondo ci sono cresciuta, da sempre.
Al punto che, quando mi sono iscritta a medicina, ho dovuto, per fare gli esami, "temporaneamente" cambiare approccio perché quelli che stavo studiando, fatte rare eccezioni, era totalmente diverso e lontano da ciò che intendevo per medicina e cura. 30 anni nei quali sono cambiate tantissime cose, al punto che, già una quindicina di anni fa, mi chiedevo se dovessi continuare o, invece, cambiare lavoro. Dopo la pandemia la domanda è diventata ossessiva.
Ormai viviamo in un mondo virtuale, nel quale le connessioni si sono sostituite alle relazioni. In ogni ambito di vita.
Non solo: viviamo in un mondo nel quale si è proiettati solo all'esterno. Di fatto, siamo degli ologrammi: tanto esistiamo se c'è una luce esterna che ci illumina e ci proietta. Altrimenti, spariamo, non esistiamo più.
Non siamo neanche più in grado di capire cosa davvero ci piaccia, cosa vorremmo, cosa ci fa stare bene. Sempre più spesso mi capita di chiedere ai pazienti: cosa vorrebbe, cosa la renderebbe felice? E la risposta è: silenzio. Fino a che non partono i vari: la salute, che i miei figli stiano bene e non soffrano, non stare come sto...manca solo la pace nel mondo e abbiamo finito!
Cosa mi colpisce di tutto questo? Due cose.
La prima: la totale mancanza di uno sguardo rivolto verso se stessi. Ci fanno piacere, star bene etc. etc. ciò che gli altri riconoscono come bello, particolare, valido...e non si sa più se tutto quello che piace agli altri piaccia davvero anche a noi o meno. Non si sa cosa ci piaccia.
La seconda cosa è: la dimensione dell'ego. Se chiedo cosa ti farebbe star bene, si pensa sempre e solo a se stessi da solo. C'è la convinzione che siano oggetti, situazioni singole a farci star bene. Non c'è mai l'idea di una condivisione, di una relazione, di una interazione. Io, io, io.
Dico spesso che, pur avendo una stanza molto grande, spesso la sento invasa da degli ego paurosi.
Talmente grandi che la relazione col medico passa quasi - anzi no, passa e basta, senza quasi - in secondo piano. Le domande che vogliono fare emergere il proprio mondo emotivo vengono svicolate, la richiesta di come vanno i rapporti umani ha, come prima risposta "questo che c'entra, mica sono dalla psicologa", alla domanda "cosa ti piacerebbe mangiare, come gusto" emerge un elenco di ciò che fa bene, che serve... Potrei continuare ancora ma non serve.
Il problema è che, se le persone son cambiate e diventate "macchine", l'omeopatia non lo è. L'omeopatia è una medicina che cura (non guarisce, cura) la persona, non la malattia. Questo però vuol dire che sia il medico che il paziente devono fare un percorso di conoscenza: il medico del paziente, il paziente di se stesso.
È un percorso che necessita di valutare il rapporto con se stesso e con gli altri.
È fondamentale comprendere che non si può curare una persona se non si conosce il contesto nel quale la persona vive, lavora. Non si tratta di curiosità becera, si tratta di conoscere la storia del paziente. E la storia di ognuno di noi non può non tenere conto delle relazioni che il paziente ha strutturato nel tempo, delle modalità di reazione della persona a stimoli esterni.
I sintomi che manifestiamo (i sintomi, non la malattia, nel senso che la diagnosi si malattia in senso classico non serve in omeopatia) sono il risultato dell'adattamento della persona, nel tempo, a diverse situazioni, stimolazioni, interazioni del paziente con l'ambiente esterno ed interno.
E se io non conosco il mio ambiente interno perché non mi guardo, non ho curiosità per conoscermi, non voglio vedere i miei blocchi, i miei limiti, le mie difficoltà; e non voglio vedere le mie interazioni con l'ambiente esterno e le conseguenze di queste interazioni su di me...allora non posso curarmi con l'omeopatia.
Non solo: se tratto me come se fossi una macchina, se mi aspetto che il rimedio omeopatico mi risolva il problema da solo, immediatamente, senza la mia "partecipazione" e, soprattutto, senza un mio cambiamento, l'omeopatia non serve. O meglio, non fa proprio per voi.
Per curarsi con l'omeopatia serve la persona, serve l'interazione, serve mettersi in gioco, serve accettare il fatto che la vita è un continuo cambiamento. Non servono filtri sulle foto, messaggi WAP, necessità di fare scomparire i sintomi e desiderio di non cambiare.
Senza cambiamento non c'è guarigione, così come senza interazione non c'è guarigione, e senza conoscenza di sé c'è solo malattia.